🇵🇪 Un mese a 3000 metri.
Diario di Viaggio
Giorno 6 gennaio
Come facciamo ormai di consueto quando abbiamo un operativo voli molto presto, prenotiamo una camera vicino all’aeroporto di Bologna, così da poterlo raggiungere a piedi ed evitare qualsiasi intoppo. Quest’anno, forti dell’esperienza, viaggiamo con due zaini: uno da 6,5 kg e uno da 8 kg, entrambi con dimensioni 55 × 25 cm, così da evitare l’imbarco e non perdere né tempo né bagagli. Partiamo con un giorno di anticipo. Ogni anno, infatti, si presenta sempre qualche condizione avversa e preferiamo avere margine per gestirla, prendendoci il tempo necessario. Il volo è previsto per la primissima mattina del 7, ma noi alle 10:00 del 6 lasciamo la nostra zona di comfort e ci dirigiamo in stazione. Sulla carta abbiamo tre treni disponibili, ma trattandosi di un giorno festivo è meglio essere prudenti.
Anche quest’anno constatiamo che la scelta è stata giusta. La linea ad Alta Velocità Firenze–Roma è interrotta per un guasto tecnico in corso di ispezione: tutti i Frecciarossa e Italo vengono dirottati sulla linea regionale Firenze–Arezzo. Nel frattempo inizia a nevicare. Non forte, ma nevica. Avendo loro la precedenza, dei nostri tre treni ne rimane uno solo, con 50 minuti di ritardo e rischio cancellazione. Lo stress psicologico sale: se viene cancellato diventa un problema serio. Raggiungere Firenze SMN senza autobus, nel giorno festivo della Befana, è tutt’altro che banale. Il treno per Bologna, per fortuna — anzi per esperienza — lo avevamo prenotato alle 14:30. Arriviamo a Firenze SMN alle 12:30. Un po’ di cazzeggio, ma con la soddisfazione che il peggio sembra superato. La prossima volta si parte solo in giornate feriali. Alle 14:30 ha smesso di nevicare, ma è ormai risaputo che in Italia con un centimetro di neve le ferrovie si fermano. Il treno accumula ritardo: prima 20 minuti, poi 30, poi 50. Arriviamo a Bologna alle 16:00. Qui c’è più neve che a Firenze: i marciapiedi sono impraticabili, si cammina in strada perché è l’unica parte pulita. Ceniamo in stazione, così una volta raggiunta la camera non usciamo più. Alle 19:00 scendiamo in via Birra e, sotto una copiosa nevicata, raggiungiamo finalmente la nostra ambita camera. Tutti i progetti goderecci della giornata, pianificati con largo anticipo, sono svaniti: dieci ore per coprire una tratta che sulla carta ne richiedeva due.
Giorno 7 gennaio
La mattina successiva lasciamo la camera alle 3:00. Meglio essere previdenti: se le strade sono ghiacciate, anche arrivare a piedi in aeroporto richiederà più tempo. Alle 3:20 siamo in aeroporto, pimpanti. Alle 3:30 siamo già al gate 10 per CDG. L’aereo Air France parte con un’ora di ritardo per ghiaccio e pulizia delle ali. Arriviamo a CDG immerso in una coltre bianca: le piste non si vedono. I ritardi cumulati ci lasciano solo 50 minuti per sbarcare e raggiungere il terminal F3, gate M27. Ne impieghiamo 53. Sulla carta abbiamo perso il volo di tre minuti. Il volo CDG–LIM è in ritardo di 20 minuti. Dopo l’imbarco torniamo a sentirci al sicuro: dopo tutte queste peripezie, ora siamo davvero partiti. Rimaniamo tre ore in rullaggio, con mezzi che spruzzano liquido color petrolio sulle ali sotto una tormenta di neve. Partiamo da CDG con tre ore di ritardo. Arriviamo a Lima alle 19:00, ventiquattro ore dopo l’ultimo nostro letto. A Lima prendiamo la navetta QUIK Lima: con 5 dollari a persona ci porta al nostro hostel, il Carlos Tenaut. Finalmente un meritato riposo.
Giorno 8 gennaio
Il giorno 8 gennaio è dedicato al riposo e all’organizzazione. Effettuiamo il cambio di denaro in soles e dollari presso un cambio vicino all’ostello, ottenendo un tasso di 3.90 soles per dollaro, decisamente più vantaggioso rispetto ai 3.30 dell’aeroporto (il dollaro è a 1.16). Acquistiamo due SIM Claro con giga illimitati per un mese al costo di 100 soles. Dopo pranzo, ci concediamo una lunga passeggiata rigeneratrice di 19 km tra il Malecón e le vie limitrofe. Il resto della giornata è dedicato al riposo, in vista della partenza per Arequipa il giorno successivo.
Giorno 9 gennaio
Lasciamo Lima in direzione Arequipa. Raggiungiamo l’aeroporto con Quick Llama e partiamo con un volo LATAM: in circa un’ora atterriamo all’aeroporto di Arequipa. Da lì prendiamo un Uber (18,9 soles) e raggiungiamo l’ostello prenotato. Ambiente molto semplice ma pulito, camera grande con bagno privato. Prezzo: 8 € a notte. Nel pomeriggio facciamo un giro di ricognizione nel centro di Arequipa, poi rientro e riposo.
Giorno 10 gennaio
Ci svegliamo con un sole fantastico. È presto, sono le 7:30, ma decidiamo di uscire subito e raggiungere a piedi i due principali punti panoramici di Arequipa: il Mirador de Yanahuara e il Mirador de Carmen Alto, con la (vana) speranza di vedere i vulcani. La camminata è lunga: 14 km totali. Al rientro, dopo il ponte che riporta verso il centro, ci fermiamo a pranzo. Mangiamo due piatti di minestrone, una milanese di pollo con riso e beviamo due litri di chicha de jora. Tutto delizioso, per la modica cifra di 20 soles. Alle 14:00 rientriamo soddisfatti. I vulcani, però, non si sono mai mostrati: una coltre di nuvole li ha coperti per tutta la mattina. Torniamo in camera per cambiarci: nel pomeriggio il cielo si è coperto e l’aria si è fatta più fresca. Riusciamo comunque a visitare il mercato. Dopo l’escursione a piedi della mattinata abbiamo ormai familiarizzato con l’ambiente: il diverso non è più percepito come ignoto o ostile, ma come parte integrante del luogo.
Giorno 11 gennaio
La giornata inizia con una colazione tranquilla a base di mocaccino, poi ci dirigiamo verso uno dei luoghi simbolo della città: il Convento di Santa Catalina, un piccolo mondo chiuso, fatto di silenzi, colori intensi e vicoli che sembrano sospesi nel tempo. A seguire visitiamo la Casa dell’Alpaca, utile per capire davvero la differenza tra le varie fibre e le lavorazioni tradizionali.
Qui succede anche un episodio memorabile: mentre cerco di fotografare un alpaca marrone, tentando goffamente di corromperlo con del cibo, un alpaca nero, evidentemente escluso dall’attenzione e dall’offerta, decide di intervenire. Risultato: mi sputa. Una schifezza inspiegabile, una puzza nauseabonda che mi accompagna per ore, fino a quando non riesco finalmente a lavarmi. Per fortuna mi prende solo di striscio, ma l’odore è di quelli che non si dimenticano facilmente.
A pranzo andiamo al Mercado San Camilo, dove mangiamo direttamente tra i banchi: semplice, autentico e sorprendentemente buono. Beviamo anche un succo spettacolare, due bicchieroni per 13 soles in totale. Il mercato è un universo a sé: per chi è interessato c’è una grande varietà di cappelli, banchi che vendono patatine di ogni tipo sfuse a peso, che costano tra i 2 e i 5 soles e sono davvero buonissime, e un intero reparto dedicato all’erboristeria. Qui si trova letteralmente di tutto, persino il feto di lama, che trattasi di una specie di mummia, uno spettacolo non adeguato per anime sensibili. Del resto, non lo sono neanche i dintorni del mercato, dove si devono schivare carcasse e interiora di animali macellati che qualche netturbino non ha rimosso o ha perso. Ma anche in tutto il reparto carne, oltre alla visione, ciò che colpisce di più è il fetore, un odore forte e penetrante. Secondo la tradizione, il feto di lama viene utilizzato in occasione dell’acquisto di una casa o dell’avvio di un’attività, per tenere lontana la malignità e attirare buena suerte.
Nel pomeriggio acquistiamo alcuni accessori in baby alpaca, già pensando alle temperature più rigide di Puno. La sera ceniamo nel ristorante di fronte al Monastero di Santa Catalina, perché volevamo assolutamente rimangiare le loro crêpes spettacolari.
La serata termina presto: la mattina successiva alle 7:45 passerà a prenderci la busetta. Il 12 partiremo per un tour di 2 giorni nel Canyon del Colca per vedere i condor 🤞: pernottamento a Chivay, secondo giorno di visite e arrivo finale a Puno. Costo totale: 110 € in due. Pasti e ingressi non compresi, pernottamento incluso.
Giorno 12 gennaio
Alle 7:50 puntuali ci passano a prendere con un pulmino: siamo in 10 persone. Inizia così il tour di due giorni nel Canyon del Colca, con arrivo finale previsto a Puno. Lasciamo Arequipa mentre la città è ancora assonnata e cominciamo lentamente a salire di quota.
Il viaggio attraversa paesaggi sempre più aridi e maestosi, tra altopiani, vulcani e lunghi tratti di silenzio. Con l’aumentare dell’altitudine l’aria si fa più sottile e il freddo più presente, ma il panorama ripaga ogni chilometro. Lungo il percorso ci fermiamo in vari punti panoramici e piccoli villaggi andini, utili anche per acclimatarsi. Abbiamo fatto due soste: la prima per comprare foglie di coca da masticare e la seconda per bere un tè di coca, entrambi utili per contrastare gli effetti dell’altitudine.
Arrivati a Chivay, ci rechiamo prima in hotel, poi facciamo un giro del paese, che troviamo molto interessante e ben organizzato. È pieno di locali dove mangiare, dispone di un terminal dei bus da cui partono pullman per Arequipa ogni 30 minuti, e ha anche un ufficio turistico utile per organizzare escursioni e tour nella zona.
Pranziamo per 20 soles e rientriamo in hotel, che risulta accogliente, con bagno nuovo e in ordine. Per tutta la giornata non abbiamo problemi di altitudine, ma verso le 18:00 comincia a farsi sentire un leggero mal di testa. Considerando che la mattina successiva è prevista la sveglia alle 5:30, e che nel frattempo un forte temporale si abbatte su Chivay, decidiamo di ritirarci in camera.
Buona notte: domani ci aspetta la parte più intensa del viaggio, il Canyon del Colca e, si spera, i condor 🤞.
Costo del primo giorno fino a Chivay: 65 €.
Giorno 13 – Valle del Colca → Puno
Ci svegliamo presto. La notte è stata piuttosto fredda: la camera non dispone di riscaldamento, come del resto nessuna di quelle in cui abbiamo dormito fino ad ora. In compenso c’è un ottimo getto di acqua caliente, capace di lavare via ogni stanchezza accumulata, e persino un asciugacapelli, accessorio tutt’altro che scontato.
Alle 6:00 colazione accettabile, anche se un po’ scarsa. Alle 7:00 siamo tutti in strada per andare a vedere i condor. Durante la notte ha piovuto molto e le cime circostanti sono innevate; il cielo però è di un azzurro intenso, quello tipico dell’alta quota.
Le prime due soste sono in piccoli insediamenti tradizionali, a partire da Yanque. Nella piazza del pueblo alcune signore indossano abiti locali dai colori sgargianti; una musica peruviana avvolgente accompagna una decina di donne che danzano in cerchio attorno alla fontana. È tutto molto suggestivo. Sappiamo bene che si tratta di folklore costruito per i tour, ma resta comunque apprezzabile notare come, già alle 8:00 del mattino, ogni individuo della comunità sia pronto ad accogliere i gruppi organizzati. È altrettanto vero che gli stessi luoghi, senza questo apparato folkloristico, sarebbero completamente diversi: lo si capisce bene la sera, al rientro, quando le piazze sono vuote e silenziose.
Dopo Yanque passiamo da Achoma, poi iniziamo a salire, fermandoci a vari mirador per osservare il canyon e cercare i condor.
Il Condor delle Ande
Il condor andino è uno degli uccelli volanti più grandi al mondo: può raggiungere 3–3,3 metri di apertura alare e superare i 15 kg di peso. Vive prevalentemente sopra i 3.000 metri e sfrutta le correnti ascensionali, planando per ore senza quasi mai battere le ali.
Tra gennaio e marzo è periodo di nidificazione: la coppia depone un solo uovo, covato a turno da maschio e femmina per circa 54–58 giorni. Durante questa fase i condor si muovono poco e difficilmente si allontanano dal nido, motivo per cui è più raro vederli volare alti nel canyon.
Il maschio è riconoscibile dalla cresta carnosa sulla testa e da dimensioni leggermente maggiori; entrambi hanno piumaggio nero con un evidente collare bianco attorno al collo. I giovani sono più scuri e privi del contrasto cromatico tipico degli adulti, che acquisiscono solo dopo diversi anni.
Anche senza avvistamenti, i paesaggi sono strepitosi: colori, atmosfera, immensità. L’esperienza vale comunque il viaggio. Il luogo che ci colpisce di più è il Mirador de la Cruz del Cura.
Il nome sembra derivare da un episodio tragico: si racconta che negli anni ’80 il parroco di Pinchollo, paese poco più a valle, si fosse innamorato di una ragazza del luogo. Scoperti i due, i paesani avrebbero tentato di linciarlo. Fuggendo di notte con l’amata su un carro trainato da buoi, sarebbe precipitato proprio qui nel canyon, che scende per oltre 1.100 metri di strapiombo.
Al di là della leggenda, lo spettacolo è impressionante. Un sentiero terrazzato corre lungo il bordo del canyon, ornato da cactus enormi che sembrano sparire nel vuoto, probabilmente ancorati a piccole cenge nella roccia. A causa delle piogge, il canyon è avvolto da un manto bianco che sembra neve ma è fatto di nuvole basse; il vento le sposta a tratti verso di noi, portando suoni e profumi che rendono il paesaggio quasi irreale.
Con queste condizioni i condor volano più in basso, quindi non assistiamo allo spettacolo classico dell’apparizione improvvisa dal nulla con le ali spiegate sopra le nostre teste. Nonostante ciò, restiamo entusiasti.
Dopo aver percorso il sentiero (siamo intorno ai 4.800 metri, con inevitabile fatica), raggiungiamo altri mirador fino al celebre Cruz del Condor. È il più rinomato, ma tra la folla, la presenza massiccia di turisti e il costo di 70 soles a persona, non restituisce minimamente le emozioni vissute al Cura.
Decidiamo quindi di tornare ai mirador inferiori. Appena arriviamo, la gente sembra impazzita: sei condor stanno volando sotto di noi. Io inizialmente non riesco a vederli. Scendiamo ancora un po’ e, guardando verso il fondo del canyon, vedo passare una bestia impressionante: vira, prende le correnti ascensionali e ci sorvola, guardandoci. Uno spettacolo incredibile, davvero maestoso. Restiamo lì a lungo cercando di immortalare ciò che gli occhi hanno appena colto. Ne passano altri cinque o sei, ma nessuno si avvicinerà più così tanto.
Felici, proseguiamo verso l’ultima visita: la comunità di Maca, dove assaggiamo un calice di pisco mescolato a un estratto di una pianta grassa locale. Il succo da solo ricorda un kiwi acerbo, ma con il pisco diventa sorprendentemente piacevole. Dicono abbia proprietà benefiche contro il colesterolo alto.
Anche Maca ha una storia burrascosa: il paese sorge su un bacino instabile che provoca continui smottamenti. La strada verso i mirador è già franata più volte. Esiste anche un insediamento nuovo, costruito dal governo decenni fa dopo un crollo che lasciò molti senza casa, ma nessuno ci ha mai abitato: gli abitanti hanno preferito ricostruire sulle rovine delle vecchie case.
Si va poi a pranzo, unica vera nota stonata del tour con Native Travel: chi non aveva il pranzo incluso non ha avuto alternative. Non ci hanno portati a Chivay, troppo distante a piedi ma abbastanza vicino da rendere impossibile organizzarsi. Risultato: pranzo obbligato a un prezzo quadruplo rispetto al valore reale.
Arrivati a Chivay, cambiamo van. La maggior parte del gruppo rientra ad Arequipa; noi restiamo insieme a una coppia di messicani e a una ragazza francese. Curioso come, in soli due giorni di convivenza forzata, si siano creati legami che rendono la separazione quasi significativa. In particolare con una coppia di argentini — lei avvocato, lui regista di documentari — con cui avevamo sentito una forte affinità.
In piazza, al terminal di Native Travel, avviene un curioso incrocio: da un van proveniente da Puno scendono persone che non tornano indietro, prendono i nostri posti, e noi prendiamo i loro. I gruppi che si erano solo intravisti ora si mescolano. Via, verso una nuova avventura.
Sono previste tre soste, ma il meteo peggiora drasticamente: nebbia fitta, pioggia torrenziale e una nevicata copiosa. Il van Mercedes è meno comodo del precedente, anche se ora abbiamo una posizione migliore. I nuovi compagni di viaggio sono mezzi malaticci: chi tossisce, chi starnutisce. Sei ore di viaggio, con brevi soste di 10–15 minuti.
Arriviamo a Puno alle 19:00. Ci scaricano nella piazza centrale perché il van, troppo lungo, fatica a muoversi nei vicoli stretti. Noi abbiamo prenotato l’Hostel Inkawatana, a pochi passi, e ci incamminiamo sotto la pioggia mentre gli altri cercano un taxi.
Nelle ultime tre ore ho iniziato a starnutire più spesso. Per me è quasi normale — soffro di rinite e ho il setto nasale deviato — ma questa volta sembra qualcosa di più virulento.
L’hostel, a primo impatto, mette un po’ di sconforto. Dalle recensioni però risultava pulito, con acqua calda e buona colazione. La camera è spaziosa, lo stile è il solito peruviano che si ritrova anche in strutture “più stellate”, ma almeno il prezzo è onesto.
Mi spoglio, mi lavo, mi butto sul letto. Saranno i 3.800 metri di Puno o i 4.500–5.000 degli ultimi giorni, ma sognavo questo momento da ore. E si conferma una certezza: il comfort di una camera non ha prezzo. Chiudi la porta e ritrovi il tuo mondo. Il cibo viene subito dopo; spesso ci siamo accontentati di ciò che restava nello zaino. Ma restare stanchi, sporchi e stressati in un terminal o in una stazione senza un posto dove fermarsi è tutt’altro che cosa.
In ogni caso, qui siamo in centro: usciamo e ci fiondiamo nella prima pizzeria. Mangiamo divinamente. Scopriremo poi che di solito bisogna fare lunghe file per mangiare lì. Rientriamo presto: con questo raffreddore, a 3.800 metri, non è proprio il massimo. Domani ci aspetta il Lago Titicaca e continua a piovere.
Doccia calda, letto, cappello di lana. Buona notte. Speriamo di stare meglio domani.
Giorno 14 gennaio – Puno
Rimaniamo a Puno per un’intera giornata, sostanzialmente di attesa: domani è prevista l’escursione che ci porterà alla scoperta del lago Titicaca. Ne approfittiamo quindi per rallentare, riposarci un po’ e lasciare che il tempo scorra senza un vero programma.
La giornata passa vagando senza una meta precisa. L’unico momento davvero degno di nota è il pranzo al porto, da Doña Juanita. Oltre ai ciccerones di trota salmonata del lago Titicaca, assaggiamo anche un’ottima ceviche di trota salmonata. Entrambi i piatti arrivano accompagnati da riso, verdure e patate fritte, come spesso accade nella cucina popolare peruviana. Il tutto a un costo davvero irrisorio: 8 € a persona, inclusa una brocca da 2 litri di limonata. Rapporto qualità-prezzo semplicemente impressionante.
I ciccerones sono bocconi di pesce tagliati a pezzi, passati in una pastella leggera e fritti fino a diventare dorati e croccanti all’esterno, morbidi all’interno. In questo caso si possono tranquillamente definire una sorta di “fish and cheap” andino: l’equivalente locale e più spartano del classico fish and chips, senza fronzoli ma estremamente appagante. La ceviche, invece, è uno dei piatti simbolo del Perù: il pesce viene marinato a freddo nel succo di lime, con cipolla rossa, peperoncino e coriandolo. Non è una cottura vera e propria, ma l’acidità degli agrumi “cuoce” la carne rendendola soda e profumata. Con la trota del Titicaca, delicata e pulita, il risultato è fresco, equilibrato e sorprendentemente elegante. Resta valido quanto detto sulla trota del lago: cresce in acque fredde e molto ossigenate, a circa 3.800 metri di altitudine, condizioni che le conferiscono una carne compatta, magra e dal sapore pulito, con una naturale tonalità rosata. Unico neo del pranzo: le porzioni sono enormi, decisamente sovradimensionate, e inevitabilmente non si riesce a finire tutto, anche volendo.
Nel corso della giornata però il raffreddore peggiora sensibilmente. Nonostante stia particolarmente male, cerco di non lasciarmi andare: combatto la malattia facendo lavorare i mitocondri, muovendomi, respirando a fondo, cercando di spingere il corpo a reagire e di allontanare il prima possibile questa debolezza che qui, a quasi 4.000 metri, si fa sentire tutta.
Nota pratica da segnare: al porto si trovano le biglietterie ufficiali per prenotare i passaggi collettivi verso le isole di Amantaní, Taquile e per visitare il villaggio galleggiante degli Uros. Il porto si raggiunge facilmente anche a piedi dalla piazza centrale di Puno; le strade sono un vero bazaar a cielo aperto, affollate, vive, quindi sicure e interessanti da percorrere.
Il meteo, però, non ci assiste: piove praticamente tutto il giorno. Solo tra le 10:00 e le 17:00 c’è una tregua, poi di nuovo acqua a catinelle, incessante e pesante.
Per cena torniamo alla pizzeria del giorno prima: era stata talmente buona che, girando in città, non troviamo nulla che ci ispiri di più. A volte la scelta migliore è semplicemente tornare dove si è mangiato bene.
Speriamo davvero che domani sia migliore.
Giorno 15 gennaio – Lago Titicaca
La nottata è stata caratterizzata da pioggia forte e incessante. A questo si aggiungono una decina di visite alla toilette, necessarie per eliminare i liquidi copiosamente assunti nel tentativo di combattere il soroche.
Il soroche è il mal di montagna: una risposta fisiologica alla ridotta quantità di ossigeno disponibile in alta quota. A quasi 3.800 metri il corpo va in affanno, aumenta la respirazione, accelera il battito e tende a disidratarsi rapidamente. Bere molto aiuta perché migliora l’ossigenazione dei tessuti, favorisce la circolazione e riduce alcuni sintomi come mal di testa e stanchezza. Quando però il soroche si somma a un raffreddore nel pieno della fase acuta, il corpo è costretto a combattere su due fronti: infezione e ipossia. Il risultato è uno stato di spossatezza totale.
Durante la notte finisco due pacchi di fazzoletti di carta e vado avanti a propoli a ogni risveglio, nel tentativo di arginare il peggioramento. Il pensiero fisso è che affrontare un tour di due giorni sul lago Titicaca, con meteo avverso e in queste condizioni fisiche, probabilmente non sia l’idea migliore.
Alle 6:30 la sveglia suona e mi alzo completamente rimbambito. Colazione veloce e ci dirigiamo al punto di ritrovo dell’agenzia in piazza centrale. Da lì un van ci accompagna al porto, dove inizia il primo vero inghippo organizzativo.
La guida, un gallo pieno di sé, ci dice di scavalcare cinque barche per raggiungere la nostra. Le barche ondeggiano, i bordi sono fradici e il rischio di finire in acqua è tutt’altro che teorico. La guida sale sulla quarta barca davanti a noi; noi, concentrati solo sul non scivolare, non facciamo caso al numero esatto e pensiamo che quella sia la nostra. Entriamo, ci sistemiamo su due bei sedili centrali, comodi e stabili. La barca è tranquilla, parte una musica che accompagna lentamente la navigazione e per qualche minuto tutto sembra andare per il verso giusto.
Poi sentiamo chiamare una lista di nomi, tra cui anche i nostri. Scopriamo così che il genio della guida si era fermato a chiacchierare con un’altra guida e aveva fatto salire il primo gruppo sulla barca sbagliata, convinto che fosse la nostra. Risultato: raccogliamo di nuovo i bagagli e veniamo spostati sulla barca successiva.
🙈 Una catapecchia già affollata. Ci affibbiano, nonostante fossero disponibili senza scelta, gli ultimi due posti strizzati vicino al cesso e al motore, tant’è che quando la guida parla noi non sentiamo mai niente. Gli facciamo notare la cosa ma lui se ne frega. Con Native Travel la guida veniva sempre a spiegare alle persone che erano più indietro.
Scopriremo successivamente che questo è un rozzo e approfittatore che fa la cresta su tutti gli extra che l’agenzia ci aveva detto il costo e che lui ha fatto pagare a chi ne ha usufruito dai 5 ai 10 soles in più. Inoltre, quando si sono liberati posti più confortevoli perché chi ci stava seduto aveva una tabella di tour diversa e quindi non ha ripreso la barca, a noi ha fatto sempre mantenere quei due posti strizzati, facendo occupare quei posti da locali che probabilmente hanno pagato lui. Insomma, lato agenzia/guida siamo caduti veramente male. Siamo incappati in un opportunista che fa il monologo sindacale, nonostante l’agenzia avesse dei punteggi elevati.
Detto ciò, passiamo al tour.
Prima tappa: popolo Uros
Un campo nomadi, in versione peruviana. Io non sento gli odori ma le persone che lo hanno sentito hanno detto nauseabondi, tanto che si auguravano di non dover passare la notte in quelle condizioni. La mia impressione è netta: un parco giochi nel quale mettono in scena una presentazione finalizzata esclusivamente al denaro. Una delusione totale.
Dopo la visita agli Uros (durante la quale fortunatamente non pioveva, anche se era tutto fradicio), ci mettiamo in barca per 2 ore e 50 minuti per raggiungere l’isola di Amantaní.
Amantaní
Raggiungiamo Amantaní sotto una pioggia battente, intensa e continua. Ma, quasi fosse una regola non scritta del viaggio, appena scendiamo dalla barca spiove e smette completamente di piovere. Al porto ci attendono tutte le famiglie del villaggio, già vestite con i loro abiti tradizionali, pronte ad accogliere gli ospiti che dormiranno nelle loro case. Tra tutte spicca la figura del capo villaggio, Silvestro, carismatico, autorevole e allo stesso tempo incredibilmente umano.
Amantaní è un’isola abitata quasi esclusivamente da comunità agricole. Qui la vita è dura, fatta di lavoro nei campi, salite quotidiane, freddo, vento e pochissimi comfort. Eppure l’aspettativa di vita è impressionante: supera mediamente i 100 anni. Questo vale sia per Amantaní sia per Taquile, dove il più anziano del villaggio è morto a 125 anni. Basta guardarsi intorno per capire perché: aria pulita, ritmi lenti, alimentazione semplice, fatica fisica costante e una comunità che vive ancora secondo equilibri antichi.
Partiamo dal porto tutti baldanzosi, una lunga fila mista di turisti e abitanti che avanza con passo lento. Dopo una ventina di minuti capiamo il motivo: le abitazioni si trovano quasi sulla cima dell’isola e per raggiungerle bisogna percorrere stretti sentieri in pietra, con pendenze importanti. Siamo a circa 3.800 metri e la fatica si fa sentire subito. Serviranno 40 minuti e quattro soste per arrivare alla nostra destinazione.
Scopriamo così di essere ospiti proprio di Silvestro e di sua moglie. Lei ha 57 anni e qui nasce la battuta: nonostante siamo coetanei, sembra mia nonna, tanto è segnata e sciupata dalle fatiche di una vita agricola pesante in alta quota. Un’osservazione che dice molto più di mille statistiche.
Amantaní vale da sola il viaggio. Il paesaggio, l’energia del luogo e la semplicità delle persone cancellano rapidamente l’inizio complicato della giornata e la delusione provata agli Uros. Pranziamo con la famiglia e, per digerire, decidiamo di salire fino al sito archeologico di Pachatata, a 4.109 metri. La vista sul lago Titicaca è ampia, silenziosa, quasi ipnotica.
La sera è un concentrato di convivialità autentica: con noi ci sono Gorg, un ragazzo peruviano che viaggia da solo, Sole e Riccardo, una giovane coppia di Lima, la guida (questa volta quasi marginale) e naturalmente Silvestro con sua moglie. Si ride, si raccontano esperienze di viaggio e di vita, senza filtri né formalità.
Un aneddoto curioso: Silvestro e sua moglie non avevano mai visto un e-reader. Mi vedono leggere, mi chiedono cosa sia, glielo spiego e vogliono provarlo. Poi mi chiedono anche gli occhiali per leggere. La scena si chiude con una risata collettiva, spontanea e vera.
A un certo punto siamo noi a venire vestiti con i loro abiti tradizionali e, muniti di pile frontali, ci accompagnano nella sala del circolo sportivo del villaggio. Lì incontriamo tutti gli altri ospiti con le rispettive famiglie. La banda del paese suona musica tradizionale e iniziamo a ballare tutti insieme. Quella che pensavamo, con un certo pregiudizio, potesse essere la solita attività “per turisti” si trasforma invece in un divertimento sincero e condiviso. Come per magia, un gruppo di perfetti sconosciuti, di età e livelli sociali diversi, diventa una compagnia affiatata, come amici che non si vedevano da tempo.
La giornata di Amantaní da sola vale l’intero tour, anche con la guida peggiore possibile, perché qui la differenza la fanno gli abitanti, le loro storie e il loro modo di vivere. Noi, in particolare, essendo gli unici non peruviani, abbiamo la sensazione di essere finiti dentro un racconto: situazioni e dialoghi che sembrano usciti direttamente da un libro di García Márquez.
Andiamo a letto super eccitati dall’esperienza. La camera non ha riscaldamento, il bagno è esterno, raggiungibile con una scala e una torcia, perché dopo mezzanotte il villaggio spegne anche l’illuminazione pubblica. Ma tutto questo passa in secondo piano. Come dice Gorg:
«Es una experiencia, y hay que vivirla.»
Ovviamente, quella notte vivo anche l’esperienza completa del bagno: alzarsi dal caldo del letto, vestirsi, infilare la torcia in testa, uscire nel buio, finire, poi prendere l’acqua con un secchio dal fusto e scaricare manualmente il water. E anche questo, incredibilmente, diventa parte del racconto.
Giorno 16 gennaio – Taquile e rientro a Puno
Arriviamo a Taquile dal lato di Amantaní. Da qui parte un bel cammino che attraversa l’isola, fatto di sentieri in pietra e salite costanti, ma ripagate da vedute molto suggestive sul lago, ampie e luminose. Il percorso conduce fino alla piazza centrale del villaggio, vero cuore sociale dell’isola.
Qui, durante una pausa, assistiamo a uno spettacolo musicale folkloristico: strumenti tradizionali, abiti tipici, ritmi semplici ma ipnotici. È un momento pensato anche per i visitatori, certo, ma allo stesso tempo ci permette di osservare la vita locale senza filtri.
Ed è proprio prima di qualsiasi spiegazione ufficiale che notiamo una scena che ci colpisce: tre uomini si incontrano, si fermano a parlare e iniziano a frugare nelle rispettive borsette tradizionali. Tirano fuori delle foglie di coca e se le scambiano, con un gesto naturale, quasi rituale. Nessuna stretta di mano, nessuna formalità occidentale. Solo dopo ci verrà spiegato che quello è il modo tradizionale di salutarsi e riconoscersi a Taquile.
Successivamente, durante il pranzo, ci vengono spiegati usi e costumi dei quechua di Taquile. Tra questi, uno degli aspetti più interessanti riguarda i cappelli. I colori, il modo in cui vengono portati e perfino alcune variazioni nei dettagli trasmettono informazioni precise: stato civile, ruolo nella comunità, grado di autorevolezza. Ogni cappello è un messaggio visivo, leggibile da chi vive sull’isola, anche se per noi resta in parte indecifrabile. Nulla è lasciato al caso, ma nulla viene ostentato.
Il pranzo, che costa 30 soles a persona, è semplice e buonissimo: una zuppa calda seguita da trota salmonata alla griglia, servita con riso e patate. Un pasto essenziale, nutriente, perfettamente in linea con il luogo.
Dopo pranzo riprendiamo il cammino e proseguiamo il sentiero fino al porto sul lato opposto dell’isola, da dove ci imbarchiamo per il rientro verso Puno, con circa tre ore di navigazione.
Anche qui non manca il disservizio: una volta arrivati, dovremmo aspettare 25 minuti il pulmino per tornare in centro. Ma grazie a Cielo, che è peruviana, risolviamo in modo molto più semplice e logico: taxi condiviso per 3 soles. Fine.
Giorno 17 gennaio – Ruta del Sol, da Puno a Cusco
La sveglia è alle 5:10, ma in realtà sono già sveglio. La notte è stata frammentata, turbata da risvegli continui. I letti sono corti, pensati per corpi diversi dal mio, e le coperte di alpaca, tante e pesanti, non hanno aiutato: più che scaldare, schiacciano. Non ti accolgono, ti tengono fermo.
La stanza oscilla per tutta la notte tra il freddo e il gelido. I bagni hanno poca acqua, spesso fredda, e trovare una doccia con agua caliente è una possibilità, non una certezza. Per questo la doccia l’ho fatta la sera prima, prima di andare a dormire, come una forma di prevenzione più che di comfort.
Il risultato è un sonno a tratti, mai profondo. Non per l’ansia della partenza, ma per una serie di piccoli disagi concreti che, sommati, non ti permettono di abbandonarti davvero. È questa la parte del viaggio che difficilmente viene raccontata.
Durante la notte, nei risvegli, sentivo la pioggia. Non una pioggia gentile, ma continua, insistente, di quelle che riempiono tutto lo spazio sonoro e mentale. Quando finalmente arriva l’ora di alzarsi, so già che la notte non è finita bene, ma nemmeno male: semplicemente, è stata reale.
Avevo provato a governare quei risvegli con un’autosuggestione appresa da un libro di un autore francese, Cloé, iniziato il 6 gennaio e terminato proprio ad Amantaní. Il principio cardine è semplice: il corpo risponde più spesso alla narrazione che gli imponiamo che alla realtà oggettiva. Non si tratta di negare il disagio, ma di sottrargli il comando. Non eliminare il problema, ma impedirgli di occupare tutto lo spazio mentale.
Il libro non promette miracoli. Restituisce responsabilità. In altre parole, insegna a usare consapevolmente quello che viene chiamato effetto placebo, cioè imparare a usare la propria mente per stare meglio. Non è una scoperta moderna, non è esclusiva di Cloé, e soprattutto non va banalizzata.
Proprio ad Amantaní nacque anche un aneddoto con Silvestro e Irma, uno di quei momenti che non finiscono nei racconti epici ma restano perché veri. Mi avevano visto seduto in veranda a leggere il mio e-reader. Non ne avevano mai visto uno. Non so per quale associazione — forse perché mi vedevano spesso con gli occhiali da sole — pensarono che quell’oggetto fosse qualcosa che andava in collaborazione con i miei occhiali da vista. Presero prima gli occhiali, poi l’e-reader. Essendo io miope e astigmatico, la reazione fu immediata: disturbo, stupore, quasi fastidio. Ridiamo tutti. Un corto circuito percettivo semplice, reale.
Alle 6:00 partiamo. L’agenzia è Titikaka Travel Perú. Piove ancora, ma così è la vita: non commenta, succede. Una macchina del servizio turistico ci porta al terminal. Gli zaini sono pronti, i gesti automatici.
Saliamo sul bus Inka Travel. Il pullman è predisposto per circa 50 posti, ma siamo solo in 10. Questo cambia subito il clima: spazio, silenzio, nessuna fretta. Ognuno prende posto senza parole inutili.
Il viaggio verso Cusco durerà circa nove ore. È una scelta voluta. Il giorno prima, rientrati dal tour del lago Titicaca, tornammo in taxi con Sole e Riccardo e poi ognuno rientrò nel proprio hotel. Avendo ottimizzato i tempi, riuscimmo a fare il giro di tutte le agenzie di Puno per acquistare il trasferimento da Puno a Cusco, cercando un servizio che spezzasse le nove ore di viaggio con delle soste turistiche, la cosiddetta Ruta del Sol.
Il costo variava tra 50 e 55 dollari, con partenza dal terminal bus di Puno. All’agenzia Titikaka Travel Perú, la stessa con la quale avevamo comprato il tour del lago Titicaca — e quindi dopo un servizio che non era stato buono — facendo le giuste rimostranze riuscimmo a ottenere il trasferimento a 45 dollari.
Se un giorno, rileggendo ciò che stiamo vivendo, mi fossi dimenticato il perché di aver scelto nuovamente chi ci aveva già venduto un servizio cattivo, dovrò ricordare che non fu fatto per imbecillità. Fu una scelta meditata.
Dal finestrino il paesaggio scorre lento. L’altopiano andino non cerca di piacere: è severo, continuo, senza concessioni. Le case sembrano appoggiate alla terra più che costruite. Le persone camminano come se il vento fosse parte del corpo. In bus si pensa. Non perché sia poetico, ma perché non c’è alternativa.
Pukara
La prima sosta è Pukara. Un museo che inizialmente volevamo saltare. Poi scendiamo e capiamo subito una cosa che conosciamo bene: il pregiudizio. Qui si comprende che gli Inca, prima di creare l’impero, passarono da Pukara. Non nacquero dal nulla. Il mito del bastone d’oro che indica Cusco come capitale arriva dopo. Il cammino inizia prima.
Passo a 4.300 metri
La seconda sosta è un passo andino a 4.300 metri. L’aria si accorcia, il silenzio si impone. Non c’è nulla da spiegare.
Pranzo
Il pranzo a buffet è sorprendentemente buono. Una pausa reale.
Raqchi
Dopo pranzo visitiamo Raqchi, il Tempio di Wiracocha. Sacro e quotidiano convivono: muri imponenti, colcas, spazi rituali e pratici insieme.
Andahuaylillas
Ultima sosta: Andahuaylillas. La chiesa di San Pedro Apóstol merita la visita soprattutto perché interrompe il viaggio nel modo giusto. Un interno ricco, inatteso, che giustifica la fermata.
Ed è qui che diventa evidente che nove ore di strada sono tante, ma fatte così sembrano più corte. Anche una giornata di spostamento diventa una giornata interessante, meno stancante dei bus di linea che fermano solo per mangiare o andare in bagno.
Arriviamo al terminal di Inka Travel, che è anche quello di Hop. Da lì prendiamo un Uber per raggiungere la nostra camera. Lasciati gli zaini, facciamo un giro in centro. Senza programma.
La giornata finisce così. Non con un climax, ma con una chiusura naturale. Semplicemente, si chiude.
Giorno 18 gennaio – Cusco / Pisac
La prima notte a Cusco è stata piuttosto tribolata. Al nostro arrivo il titolare della struttura non c’era, nonostante lo avessimo avvisato in anticipo. Quando finalmente è arrivato si è mostrato anche risentito perché ci eravamo giustamente innervositi. Ha poi tirato fuori una storia surreale sul dollaro, sostenendo che a Cusco non fosse più accettato perché “troppo volatile”: invece dei 330 soles pattuiti ne pretendeva 360. Alla fine gli abbiamo consegnato 100 dollari, ma prima di andarsene ha borbottato qualcosa sul fatto che, se avessimo ricevuto messaggi da Booking.com riguardo alla nostra prenotazione, di non farci caso perché aveva “problemi amministrativi”. E se n’è andato.
Alle 2:00 di notte arriva infatti la notifica: prenotazione cancellata. Il tizio, forte di un punteggio di 9 su Booking, ha cancellato la prenotazione a soggiorno in corso per impedirci di lasciare una recensione che raccontasse chi è davvero. Così abbiamo capito come fa ad avere un punteggio così alto.
Come quasi tutte le notti, piove. Al mattino però smette. Il programma prevedeva una giornata di riposo, ma scopriamo che a Pisac, essendo domenica, si svolge un importante evento folcloristico: le popolazioni dei villaggi e delle frazioni circostanti scendono in città per una cerimonia collettiva e per un grande mercato speciale nella piazza centrale.
Andiamo quindi in via Puputi, da dove partono i collettivi per Pisac. Con 6 soles a persona partiamo: circa 40 minuti di viaggio per 33 km. Arrivati, prendiamo un taxi condiviso con una coppia di romani che stava contrattando con l’autista. Con 20 soles ci facciamo portare al sito archeologico di Pisac, che si trova a circa 2,5 km dal centro del paese, ma soprattutto 600 metri più in alto, arroccato sui fianchi della montagna.
Il sito archeologico di Pisac è uno dei complessi inca più spettacolari della Valle Sacra: un vasto insediamento a circa 3.400 metri di altitudine, con templi cerimoniali, quartieri residenziali, canali di irrigazione perfettamente conservati e un’impressionante distesa di terrazzamenti agricoli che scendono lungo il versante della montagna. È considerato un centro sia militare che religioso, probabilmente legato al controllo strategico della valle e al culto dell’acqua e della terra.
All’ingresso acquistiamo il biglietto turistico integrato, valido 10 giorni, che per due persone costa 260 soles.
Il colpo d’occhio è immediato e potente: lo scenario ricorda molto le immagini viste di Machu Picchu. L’insediamento domina la valle, e sotto si estende una geometria infinita di terrazzamenti. Tutto è grandioso, armonico, incastrato nella montagna con una logica che lascia senza parole.
Per rientrare a Pisac scegliamo un sentiero spettacolare, che da solo vale la visita: 1.250 metri di dislivello negativo, in mezzo a terrazzamenti, resti inca e panorami andini mozzafiato. La discesa ci richiede circa un’ora e mezza. Ogni tanto incrociamo persone che stanno salendo. Degli eroi veri: la salita è estremamente faticosa per pendenza, dislivello, caldo e quota.
Arriviamo a Pisac intorno alle 13:00, giusto in tempo per mangiare. Menu del giorno: zuppa ottima con patate e verdure, secondo di cotoletta di pollo alla milanese, riso, verdure e mezzo litro di limonata. 8 soles a persona.
Girovagando per il paese, prima di rientrare a Cusco, ci imbattiamo in una cerimonia matrimoniale del tutto inimmaginabile per noi: folclore puro. Banda musicale, ballerini con maschere da diavoli che danzano in cerchio attorno alla coppia, mentre gli sposi ballano al centro e i parenti, ai lati, lanciano petali di rose.
Continuando l’esplorazione tra le vie e le spezie del mercato, notiamo la presenza di una nutrita comunità alternativa: fricchettoni, hippie moderni, famiglie nordiche e alcuni spagnoli. Uomini e donne alti, belli, curati, vestiti in stile “boho”, con bambini altrettanto belli e ordinati, tutti perfettamente integrati nel contesto. Li vediamo tra bancarelle, ristorantini, e soprattutto intorno a negozi e centri che propongono sciamanesimo, yoga, cerimonie spirituali, ayahuasca, ritiri energetici.
Questa comunità non è solo di passaggio, ma costituisce il tessuto di una vera e propria “Gentrificazione Spirituale”. Pisac è diventata l’hub mondiale del “turismo cosciente” e del nomadismo digitale. Questi “expat” vivono qui grazie a un’economia ibrida: molti sono Digital Nomads (lavorano nel tech o nel trading in dollari/euro godendo del basso costo della vita peruviano), altri gestiscono l’industria locale del benessere. Sono loro i proprietari dei centri di ritiro dove una cerimonia di Ayahuasca può costare migliaia di dollari, o dei caffè biologici che servono cibo vegano a prezzi occidentali. Le famiglie nordiche praticano spesso il Worldschooling, educando i figli in scuole alternative come la Kusi Kawsay, basata sulla pedagogia Steineriana fusa con la cosmologia andina. È un’enclave privilegiata che, pur mantenendo un’estetica umile e “bio”, poggia su solide basi finanziarie estere, creando un mondo parallelo che convive con la povertà dei locali in un equilibrio delicato.
Alle 17:00 riprendiamo il collettivo per Cusco. Il costo teorico del rientro sarebbe stato 8 soles, ma dato che eravamo gli ultimi due paghiamo comunque 6 soles. Unico inconveniente: un posto in fondo e uno accanto all’autista.
Rientriamo in camera e ricomincia a piovere.
Oggi è stato un giorno perfetto. Le energie di Pisac sono riuscite, almeno per un po’, a prendere a calci tutte le negatività che ci perseguitano da giorni.
19 gennaio – Cusco, tra pietra, mito e respiro corto
Oggi è prevista la visita del sito archeologico di Sacsayhuamán (13.516984, -71.97067), raggiungibile a piedi. Usciamo alle 9:00, attraversando il centro storico e passando lungo la celebre Pietra dei 12 angoli — non apostoli, ma angoli: un capolavoro di ingegneria inca, incastrata con una precisione che ancora oggi umilia il nostro concetto moderno di costruzione.
Sacsayhuamán non è un “semplice” sito: è un luogo di potere simbolico. Fortezza per gli spagnoli, complesso cerimoniale per gli Inca. Le sue mura ciclopiche, composte da blocchi che arrivano a decine di tonnellate, si incastrano senza malta, come se la pietra fosse stata resa docile. Le leggende parlano di conoscenze perdute, di piante sacre capaci di ammorbidire la roccia, di un sapere cosmico in cui architettura, astronomia e spiritualità erano una cosa sola. Oggi è anche uno spazio di misticismo contemporaneo: sciamani, rituali di ringraziamento alla Pachamama, viaggiatori in cerca di qualcosa che non sanno nominare ma che qui, inevitabilmente, sentono.
Il complesso è composto da tre settori principali, e noi lo avevamo decisamente sottostimato. Camminando tra terrazze, torri e spiazzi sacri, l’immaginazione corre a ciò che era prima che i colonizzatori spagnoli lo razziasse e lo smontassero per costruire Cusco coloniale. Un promemoria brutale di cosa sappia fare l’essere umano quando confonde conquista con civiltà.
Durante il percorso approfittiamo per chiedere informazioni sul tour alla Montagna dei 7 colori: 80 soles, 90 soles, 130 soles — quest’ultima probabilmente una doppia sola 😂🤣😂🤣. Stesso identico servizio, cambia solo la faccia di chi lo vende. Insomma, pura suerte.
Verso le 14:00 arriva la classica sciacquata andina. In pochi minuti si passa da un caldo quasi estivo a un freddo autunnale che ti entra nelle ossa. Qui il meteo non cambia: decide.
Visto che è di strada, saliamo anche al Cristo Blanco, la grande statua che domina Cusco dall’alto. Meno imponente del suo cugino di Rio, ma altrettanto simbolica: braccia aperte verso la città, sguardo fisso sulla valle. Fu donato da una comunità araba negli anni ’40 come segno di pace e protezione. Da lassù Cusco sembra fragile, raccolta, quasi timida — e allo stesso tempo eterna.
Le nuvole si fanno minacciose, così scendiamo verso il quartiere di San Blas, che poi è anche quello dove alloggiamo. Un dedalo di vicoli, atelier, balconi e silenzi. Turistico sì, ma ancora rilassante, soprattutto lontano dagli assi principali.
Pranziamo al mercato di San Blas, praticamente di fronte al nostro alloggio. Con 20 soles mangiamo come re:
- una zuppa profumata e corroborante,
- un bicchiere di refresco de piña tiepido — una bevanda tradizionale fatta con ananas bollito, spezie e zucchero: semplice, casalinga, perfetta per reintegrare,
- un piatto di pollo alla plancha con riso, presentazione e sapori da ristorante vero.
Nel pomeriggio compriamo anche il tour per le Montagne Colorate. Ovviamente scegliamo quello da 80 soles, andando a istinto, in base a chi ci ispirava di più 🤞. Domani sveglia alle 4:00: previste 2 ore di ascesa fino a quota 5.000 metri e 2 ore di discesa. Una sfida seria, non una passeggiata. Di cosa rappresenta davvero quel luogo — geologicamente, simbolicamente, fisicamente — parleremo meglio domani.
Rientriamo in hotel per riposare qualche ora prima di cena. Questa sera nanna presto. Oggi abbiamo percorso 18 km in 6 ore a 3.500 metri di quota: a questa altitudine l’ossigeno è circa il 30% in meno rispetto al livello del mare. Il cuore lavora di più, il fiato si accorcia, ogni salita diventa una trattativa con i polmoni. Le gambe tengono, è la testa che deve imparare a rallentare.
Le salite erano impegnative, il respiro corto, ma il riposo è meritato. Qui non si vince nulla andando veloci. Qui si impara a stare.
Vinicunca (Montagna dei Sette Colori)
20 gennaio
Sveglia alle 3:50. Alle 4:30 ci passano a prendere sulla strada carrabile: dieci minuti a piedi e siamo al punto di raccolta.
La destinazione è quella che tutti chiamano Montagna dei Sette Colori: nome commerciale, perché in realtà il sito si chiama Vinicunca (o Vichicunca) e i colori distinguibili sono cinque, non sette.
Il tour operator che eroga il servizio, venduto tramite agenzia, è Arnold Expedition. Per una volta l’organizzazione è solida: nonostante i soliti posti in fondo al van, la differenza la fanno le persone.
Autista e guida: Ettore, circa 35 anni. Preciso, puntuale, concreto. Ci contatta per verificare la posizione, dice “5 minuti” e arriva davvero dopo cinque minuti. Si parte senza caos.
L’ascesa prevista è di circa 2 km con 400 m di dislivello, da 4.600 a 5.000 m. Non l’avevamo mai affrontata. Il dubbio non è la fatica, ma la risposta del corpo all’altitudine.
L’ultimo passeggero, un ragazzo belga, scende dopo una ventina di minuti a un distributore. Poco prima Ettore aveva spiegato chiaramente i rischi dell’altitudine, le procedure di emergenza e ricordato che nel 2022 una persona è morta. Informazione che raramente viene detta.
Proseguiamo per circa un’ora e mezza, in gran parte dormendo. Ci fermiamo per la colazione in un buffet che sarà anche quello del pranzo. Preparo una borraccia con mate de coca (foglie di coca, zucchero e acqua calda): pratica reale andina contro il soroche.
Ripartiamo. La strada si snoda tra dirupi e gole profonde, con un torrente impetuoso sul fondo. È perlopiù sterrata e si arrampica sulle montagne. I torrenti sono in piena; in alcuni punti sembra che possano portarsi via la strada. Più si sale, più il paesaggio si apre.
Dopo altre due ore arriviamo al parcheggio del Parque de Vinicunca. Ci sono già 20–30 van Mercedes; in alta stagione arrivano anche a 150–200.
Qui emerge ciò che molti non raccontano: tre modi per raggiungere il primo viewpoint (5.000 m)
A piedi: 1–2 ore, secondo allenamento
In moto: moto da cross moderne (Yamaha, Suzuki, Kawasaki), 100 soles
A cavallo: 70 soles
Su 16 persone del nostro van, solo 6 salgono a piedi.
L’ascesa è meno faticosa del previsto. In circa un’ora, con tre soste, arriviamo al primo viewpoint. C’è la classica fila di persone per il selfie rituale. Noi lo facciamo di lato: il panorama non cambia.
Si potrebbero fare altri 50 metri per una vista più ampia, ma ci fermiamo prima. Il vento aumenta, fa freddo e all’orizzonte si vede un fronte nuvoloso carico di pioggia.
Dopo circa un’ora di osservazione iniziamo la discesa. Volendo si potrebbe proseguire verso la Valle Rossa, ma a 5.000 m decidiamo di non forzare. Scelta lucida.
Rientriamo giusto in tempo: appena saliti sul bus inizia a piovere. Noi asciutti, gli altri arrivano fradici e infreddoliti.
Esperienza intensa e carica di significato. Non in senso new age, ma per il contesto reale: le montagne come Apus, entità vive nella cosmologia andina, la Pachamama, il principio di ayni (reciprocità). Informazioni concrete che diventano spunti reali per altre visite in Perù, lontane dal racconto turistico standard.
Luogo spettacolare, sì. Ma vale davvero solo se affrontato con consapevolezza, rispetto e senso critico.





🏔️ 23 Gennaio 2026
Viaggio tra le Energie della Valle Sacra
Partenza: ore 06:30 da Cusco Itinerario: Chinchero → Moray → Maras → Saline → Ollantaytambo
Con il senno di poi, la scelta fatta il giorno precedente si è rivelata più azzeccata che mai. Chinchero, per quanto suggestiva, non meritava un’intera giornata: il tempo scandito dal tour si è dimostrato più che sufficiente. Stessa valutazione per Moray e per le Saline di Maras. Pur riconoscendo il valore simbolico e rituale di questi luoghi – che merita una riflessione più profonda – i vincoli imposti dall’ente turistico non permettono una reale immersione: non ci si può avvicinare, non si può sostare, non si crea un vero feeling. Si osserva, si fotografa, si riparte. E basta.
In questo contesto, le tempistiche del tour sono state adeguate: né penalizzanti né generose, semplicemente funzionali.
🍽️ Pausa e Arrivo a Ollantaytambo
Il pranzo a buffet, consumato nella cittadina prima di Ollantaytambo, è stato una sorpresa positiva: curato, vario e abbondante, tanto da farci arrivare a destinazione senza alcuna fretta di rimetterci in movimento. Una volta giunti a Ollantaytambo abbiamo scelto di rimandare la visita del sito archeologico, preferendo una siesta rigenerante e la promessa di esplorarlo con più calma il giorno successivo.
🌧️ Pinkuylluna: la Salita dopo la Pioggia
Alle 15:00 la pioggia ha finalmente concesso una tregua. È stato il segnale giusto. Siamo saliti verso Pinkuylluna, il sito gratuito che domina il villaggio: una scalata molto ripida, esposta, fisicamente impegnativa, ma estremamente scenografica.
Pinkuylluna è la montagna che sovrasta Ollantaytambo ed è uno dei luoghi più carichi di misticismo dell’intera Valle Sacra. Il nome deriva dal pinkullo, il flauto andino: il vento che soffia tra le pareti rocciose è considerato una musica sacra 🎶.
Mentre il Tempio del Sole, sulla collina opposta, rappresentava il centro del potere e del culto, Pinkuylluna era il luogo della conservazione e della sorveglianza. Le strutture arroccate sulla parete sono i qolqas, antichi depositi: l’altitudine e il vento costante funzionavano come un frigorifero naturale, capace di preservare i raccolti per anni 🌽.
🔺 Tre Chiavi di Lettura di Pinkuylluna
Il Volto del Messaggero (Tunupa / Wiracocha) 🗿 Sulla parete della montagna è visibile un profilo antropomorfo monumentale. Per gli Inca non era una coincidenza geologica, ma l’incarnazione di Tunupa, divinità dell’ordine e della conoscenza, posta a vigilare affinché la città non perdesse la propria coerenza energetica.
Architettura Climatica e Memoria 🌬️ I qolqas non erano semplici magazzini: la loro costruzione segue flussi d’aria precisi. In termini di biologia quantistica, ci si può chiedere se questo controllo termico servisse anche a preservare il Kausay, l’energia vitale del cibo, rallentandone la dissipazione entropica.
Il Punto di Vista del Testimone 👁️ Dall’alto, Ollantaytambo rivela la sua forma: una spiga di mais, o secondo alcuni un uccello. Pinkuylluna è il luogo in cui l’osservatore cambia prospettiva, integrando lo sguardo umano con quello cosmico.
🧶 Chinchero – La Porta del Cielo
Il viaggio è iniziato all’alba verso Chinchero, il luogo dove cielo e terra si toccano. Tra le mura del palazzo di Túpac Yupanqui, abbiamo incontrato le tessitrici locali: non semplice artigianato, ma un linguaggio simbolico. Ogni trama è un codice, una memoria che attraversa il tempo. La geometria delle nicchie trapezoidali non è solo estetica: è una struttura pensata per risuonare con le frequenze della terra.
🧂 Maras e le Saline – Il Pianto che Diventa Cristallo
A Maras, la leggenda dei fratelli Ayar e delle lacrime di Ayar Cachi prende forma nelle oltre 3.000 pozze di sale.
Memoria dell’Acqua L’acqua ipersalina che sgorga dalla montagna agisce come un archivio minerale, conservando informazioni geologiche millenarie.
Amplificazione Ionica L’alta concentrazione di ioni rende il luogo un potenziale amplificatore energetico, capace di interagire con il campo bioelettrico umano in uno scambio purificatore.
🧬 Moray – Biologia Quantistica Agricola
I cerchi concentrici di Moray non appaiono solo come laboratori agricoli, ma come centri di sperimentazione biologica e climatica. La forma a “orecchio della Pachamama” suggerisce una relazione profonda tra minerale, biologia e coscienza, dove l’acqua presente nel corpo umano diventa veicolo di equilibrio e chiarezza.
🗿 Ollantaytambo – La Città Vivente
Il tour si è concluso a Ollantaytambo, dove la teoria della piezoelettricità sembra trovare una sua rappresentazione concreta. Le pietre ricche di quarzo, incastrate con precisione millimetrica, sotto pressione generano cariche elettriche. Le vie replicano l’ordine dei cristalli, e camminandoci dentro si percepisce una risonanza sottile tra l’architettura del cosmo e quella del corpo umano.
Arrivati a Ollantaytambo non abbiamo seguito il gruppo per la visita al sito archeologico. Abbiamo ripreso gli zaini e cercato riparo dalla pioggia che ci ha accolti: fredda, obliqua, spinta dal vento. Un ingresso ruvido, ma autentico, nella città che avremmo esplorato davvero il giorno dopo.
🏔️ Memorie di viaggio – Ollantaytambo
24 gennaio 2026
Il risveglio e la scelta
Dopo una notte di pioggia continua e intensa, il risveglio alle 07:00 non promette nulla di buono. Piove ancora. La sensazione è quella di una giornata compromessa in partenza, forse persino peggiore di quella precedente. Poi, senza preavviso, alle 08:00 il cielo cambia tono: un sole timido fa capolino, la pioggia rallenta, si ritira. Alle 09:00 siamo già fuori.
Camminando per le strade acciottolate di Ollantaytambo, con le pietre ancora umide e l’aria pulita dalla pioggia notturna, mi è chiarissimo che la scelta di non rientrare a Cusco con il tour ma di fermarsi qui due notti è stata più che azzeccata. È la stessa lucidità che mi conferma un’altra decisione: non entrare nel sito archeologico con una guida frettolosa, per una visita compressa in quaranta minuti, ma viverlo oggi, da soli, senza cronometro.
Prima, però, la colazione. Ed è la migliore da quando siamo in Perù. Un espresso vero, finalmente. Un dolcetto che speri non finisca mai. Costa 35 soles — più di un almuerzo — ma è carburante emotivo, non solo calorico.
Il Tempio e la Scienza del Sacro
Alle 10:00 entriamo nel sito archeologico. La percezione è immediata: questo posto è diverso. Saliamo fino a metà dei gradoni e ci sediamo. Davanti a noi un cielo blu, pulito, incorniciato da nuvole bianche. Sul lato sinistro, il Pinkuylluna domina la scena. I granai sono ben visibili, ma ciò che cattura davvero l’attenzione sono le tre facce scolpite nella roccia — o meglio, rivelate dalla roccia stessa. Qui la natura non imita l’uomo: è l’uomo che ha imparato a leggere la natura.
La misticità di un luogo come questo non si coglie correndo. Serve tempo, silenzio, immobilità. Mentre attorno passa un flusso continuo di persone, noi restiamo. Attingendo alla rete di ciò che abbiamo discusso, iniziamo ad applicare una forma di autosuggestione consapevole: non per inventarci sensazioni, ma per metterci nella condizione di percepirle.
In quel silenzio capiamo che gli Inca avevano intuito principi che oggi chiameremmo di biologia quantistica 🧬. Il rapporto tra corpo, ambiente, pietra e acqua non era simbolico: era funzionale.
- L’effetto piezoelettrico ⚡: Le pietre massicce, cariche di silice, generano un campo energetico sotto la pressione della montagna.
- Memoria dell’acqua 💧: L’aria carica di ioni e l’acqua che percola tra le rocce trasportano l’informazione minerale del luogo.
- Coerenza biologica: La mente si calma e il corpo si sente pronto allo sforzo, trovando un allineamento con l’ambiente esterno.
La vetta: Inka Watana
Proseguendo verso l’alto, verso l’Inka Watana, la fatica non pesa come dovrebbe. È una forma di allineamento tra lo sforzo interno e l’ambiente esterno. Arrivati in alto, il senso di appagamento non è euforia, ma stabilità. Quel “ce l’ho fatta” non è un traguardo sportivo, è una conferma: sei entrato in sintonia con il luogo. Capisci perché questo punto veniva associato all’idea di “legare il sole”, di fermare un attimo il flusso delle cose.
Il ritorno alla realtà: Il deragliamento
La giornata non è ancora finita. Dopo la salita, ci concediamo una siesta. Quando usciamo è tardo pomeriggio; andiamo al mercato per prendere un po’ di frutta, una scelta semplice in continuità con l’energia della giornata. Poi l’idea pratica: andare alla stazione per capire la logistica di domani.
Arrivati lì, la sensazione cambia di colpo. Caos. Confusione. Una massa compatta di persone in attesa. Alle 21:00 la notizia arriva fredda: il treno per Machu Picchu è deragliato. L’unica arteria verso la città perduta è bloccata. Quelle persone erano ferme lì da ore in attesa di un treno che non sarebbe arrivato.
Machu Picchu è improvvisamente fuori portata. Eppure, non c’è panico. C’è la consapevolezza che il viaggio è la trama che lo compone: gli incontri, gli sputi di alpaca, i voli di condor e le riflessioni che ci hanno accompagnato.
Il Domino logistico
Il tono dei forum è rabbioso: si parla di incuria cronica e mancanza di investimenti. Per noi è un problema serio. Abbiamo un domino di prenotazioni che rischia di cadere: il rientro a Cusco e il bus notturno per Nazca del 27 gennaio. Andiamo a letto con la mente che corre più veloce dei binari. La giornata sta solo cambiando forma.
25 Gennaio – Verso Aguas Calientes Dopo la nostra colazione — caffè Bonito e croissant al cioccolato al bar che ormai chiamiamo “il solito posto” — andiamo in stazione. Arrivati lì, tutto è cambiato. Niente più calca, nessuna ressa come il giorno precedente. I cancelli sono aperti, l’atmosfera è completamente diversa. Un altro mondo, un’altra situazione. La sala d’attesa è vuota, i bagni sorprendentemente puliti, il bar del gate espone paste che, almeno all’apparenza, sembrano persino buone. Arriva il nostro treno: un solo vagone motrice. I nostri posti sono l’1 e il 2, proprio davanti, accanto all’autista, con i binari che scorrono sotto gli occhi. Il pensiero va subito al frontale di quattro settimane fa. Qui gli scambi sono ancora azionati a mano, la posizione dei treni comunicata via radiolina. Lo spettacolo è suggestivo, ma è evidente che la suerte giochi un ruolo decisivo. Le traversine di legno sono logore, i binari stretti, e c’è quella sensazione costante che da un momento all’altro si possa cadere di lato. Alla nostra sinistra un fiume impetuoso ribolle, la corrente corre violenta a pochi metri dai binari, senza protezioni, senza margine d’errore. Eppure tutto funziona. E sapere che tra un’ora e mezza saremo ad Aguas Calientes supera ogni ebbrezza, ogni timore, ogni razionalità. Arrivati ad Aguas Calientes andiamo direttamente al nostro hotel, El Tambo. Lasciamo i bagagli e usciamo subito: prima i biglietti dell’autobus, poi un giro esplorativo per prendere le misure e capire come muoverci la mattina successiva. Qui l’improvvisazione non è contemplata. La cittadina, contro tutto quello che avevamo sentito dire, non è affatto brutta. È viva, compressa, rumorosa. E considerando quanto è sacrificata — incastrata tra ferrovia, fiume e montagna — sono riusciti a renderla persino accogliente. Il vero lato negativo, quello atteso e puntualmente confermato, è un altro: l’avidità palpabile. Si respira ovunque. Nei prezzi, nei meccanismi forzati, nella sensazione costante di essere qui solo per essere spremuti. Dopo trenta giorni in giro per il Perù — tra villaggi, mercati, strade polverose e persone vere — Aguas Calientes colpisce per contrasto. Non è un luogo da vivere: è un luogo di transito, costruito per il consumo rapido. Si arriva, si paga, si dorme e si riparte. Prima che ti resti addosso quella sensazione amara di essere solo un numero, un biglietto, un conto da gonfiare.
Machu Picchu è sopra di noi. Ma non l’abbiamo ancora vista.
26 Gennaio – Machu Picchu e Ritorno a Cusco Sveglia alle 4:50. Doccia rapida, piccola colazione con croissant al cioccolato, poi usciamo. Portiamo le nostre mochilas in reception per lasciarle al deposito bagagli e ci rimettiamo in strada. Piove. E già cominciamo a pensare che Machu Picchu oggi non abbia alcuna intenzione di svelarsi. Abbiamo l’ingresso delle 7:00. Arriviamo mentre stanno ancora salendo quelli delle 6:00. Ci spiegano che l’imbarco per il nostro turno avviene più avanti, in prossimità della biglietteria, sotto il secondo ponte. Siamo tra i primi, ma la fila si forma molto velocemente. Alle 6:30 iniziano a imbarcare. Continua a piovere ed è ancora buio. Per arrivare al sito servono circa 40 minuti. La strada è sterrata, stretta, e il via vai di pullman è continuo. In una curva manca poco per un frontale. Come di consueto, il pullman rasenta rocce e strapiombi, ma ormai non ci facciamo più caso. Arriviamo in cima. All’ingresso stanno ancora chiamando gli ultimi del turno delle 6. Piove, e Machu Picchu è completamente avvolta dalle nuvole. Decidiamo di sfruttare la situazione: cerchiamo di entrare tra gli ultimi del turno delle 7. È una mossa azzeccata. Già dalle prime rampe di scale, Machu Picchu inizia a svelarsi lentamente, ma in tutta la sua forza. Il percorso 2A si rivela la scelta perfetta: in circa un’ora, passando da vari punti, riusciamo a cogliere l’essenza di questo luogo. Mentre camminiamo tra le pietre, la sensazione di “magia” che avevamo già sentito a Ollantaytambo si fa concreta, quasi fisica. Analisi Mistiche e Bio-quantistiche del Sito Non è solo suggestione visiva: qui l’aspetto mistico si fonde con una realtà bio-quantistica tangibile.
- Geomanzia e Intihuatana: La cittadella è un prodigio di allineamento sacro. L’Intihuatana non è solo una scultura, ma un asse di collegamento tra l’Hanan Pacha (mondo superiore) e il Kay Pacha (mondo terreno). È posizionato su un nodo di correnti telluriche (linee Ley) che emergono dalle faglie geologiche sottostanti.
- Piezoelettricità del Granito: Le mura sono composte da granito ricco di quarzo (circa il 30%). La pressione meccanica delle strutture e l’attività tettonica caricano elettricamente la roccia.
- Interazione Biologica: Questo campo elettromagnetico naturale interagisce con i nostri biofotoni. La risonanza di queste frequenze può influenzare il sistema nervoso, inducendo uno stato di coerenza biologica e lucidità mentale che molti scambiano per semplice “emozione”. Osserviamo il Tempio del Condor, dove la geometria sacra trasforma la roccia naturale nel messaggero degli dei, e capiamo che gli Inca non costruivano sopra la montagna, ma con la montagna. Alle 10:00 siamo pienamente soddisfatti. Abbiamo visto, e soprattutto percepito, tutto ciò che dovevamo. Il Rientro Lasciamo il sito e torniamo verso valle. In circa 40 minuti siamo di nuovo ad Aguas Calientes. Mangiamo qualcosa al volo, recuperiamo le mochilas e andiamo in stazione. Alle 12:50 riprendiamo la nostra littorina Vistadome direzione Ollantaytambo. Da lì, troviamo subito un colectivo (un’auto condivisa) e partiamo verso Cusco. L’autista ci avverte che le piogge torrenziali degli ultimi due giorni hanno devastato la strada. Lungo il percorso troviamo:
- Frane attive e massi sulla carreggiata.
- Tratti rallentati e ruspe al lavoro per rimuovere blocchi enormi.
- Un contesto di incuria diffusa che rende il territorio fragile. Arrivati a Cusco, ci dirigiamo a piedi verso il nostro nuovo albergo. È bellissimo. A chiudere una giornata intensa, ceniamo con chicharrones di pollo e un ceviche in un piccolo ristorantino del centro.
27 gennaio – La partenza (arrivo il 28)
Il 27 gennaio è un giorno sospeso. Un giorno di attesa, un giorno di passaggio, il giorno della partenza verso Nazca.
Siamo a Cusco e ci risvegliamo a Casa Esmeralda, a circa 1,8 km dal terminal Cruz del Sur e 900 metri dal centro.
Casa Esmeralda è un luogo che sembra fuori contesto rispetto alla città che la circonda. È situata all’interno di una strada privata, chiusa da un cancello. Questo dettaglio, che potrebbe sembrare marginale, fa tutta la differenza del mondo. Cusco ha un suono costante, quasi aggressivo: clacson continui agli incroci, sulle strisce pedonali, anche quando hai il verde, perché qui in Perù il pedone sembra non avere alcun diritto. Un rumore di fondo che non si spegne mai.
Qui no. Qui tutto tace.
All’Esmeralda regna un silenzio irreale, avvolto da una cura dei particolari che non ti aspetti. Tutto sembra pensato per il comfort: gli spazi, l’ordine, l’attenzione. Stranamente, e non lo dico con ironia, qui tutto è davvero pensato per farci stare bene. C’è persino il riscaldamento, dettaglio non scontato a Cusco.
Il pomeriggio lo dedichiamo a bighellonare. Nessuna meta precisa, nessuna urgenza. È una di quelle mezze giornate che servono a respirare prima di un cambiamento, anche se ancora non sappiamo che tipo di cambiamento ci aspetta.
Poi, alle 14:00, l’incantesimo di questo viaggio finora così ben incastrato si rompe.
Le nuvole si addensano in pochi minuti. Il cielo cambia faccia senza preavviso. Ci incamminiamo verso l’albergo, ma una pioggia torrenziale ci coglie a metà strada. Non è una pioggia gentile: è acqua che cade con violenza, senza lasciare scampo. Arriviamo in hotel zuppi, fradici fino alle ossa.
Tempo di cambiarci, di asciugarci alla meglio, e usciamo per prendere un Uber. Non arriva. Di due non ne passa uno. Aspettiamo, riproviamo, niente. Alla fine prendiamo un taxi al volo che, per la stessa cifra — 8 soles — ci porta al terminal.
Al terminal indossiamo i Brix asciutti, riponiamo le scarpe bagnate riempiendole di carta. I miei pantaloni miracolosi G‑1000, seppur mezzi fradici, sono già praticamente asciutti. Un dettaglio che in quel momento sembra solo una piccola vittoria pratica, ma che in seguito assumerà un valore quasi simbolico.
Alle 17:00 ci ritirano i bagagli come in aeroporto e saliamo sul bus.
Lo chiamo subito il sarcofago.
L’ambiente è opprimente. Ogni sedile ha un séparé che isola, chiude, separa. L’aria è già pesante, calda, stagnante. I sedili sono veri e propri divani enormi e confortevoli, ed è proprio per questo che non ce ne sono molti: in totale 12 al piano terra, ma siamo solo 6 persone.
Questa è la definizione del piso 1 del Cruz del Sur. Lo abbiamo scelto perché balla meno. E ne avremo bisogno.
La strada che ci aspetta non è una strada qualsiasi. È una traversata geologica, una linea tracciata con ostinazione attraverso la Cordigliera.
Da Cusco non si scende subito. Prima si sale ancora, come se il corpo non avesse già dato abbastanza. Si risale verso passi andini che sfiorano i 4.500 metri, dove l’aria diventa più sottile, più secca, più fredda. Poi, senza alcun avvertimento, la strada cambia direzione e comincia a scendere. Non gradualmente: precipita.
Dopo Abancay l’asfalto diventa un nastro appeso al vuoto. La strada costeggia il canyon del fiume Apurímac, si incolla letteralmente alle pareti della montagna. È una sequenza infinita di tornanti a gomito, pendenze che non lasciano tregua né ai freni del bus né allo stomaco dei passeggeri. Non esistono rettilinei veri, solo curve che si susseguono una dopo l’altra, come se la montagna non volesse mai concederti una pausa.
Fuori è buio, ma si sente tutto: il motore che urla in salita, il silenzio teso in discesa, il rollio continuo che disorienta anche a occhi chiusi.
A tutto questo va aggiunto un dettaglio fondamentale: l’abbondante colazione è finita in uno stomaco già ipotecato dalla pessima ristorazione di Machu Picchu. È lì, in attesa, pronta a presentare il conto.
Partiamo alle 17:00. Ci aspettano 14 ore di bus, che presto capiamo si trasformeranno in un incubo.
Scopriamo che il bagno non può essere usato per il solido, ma solo per urinare. Un’informazione che si deposita nella mente come una minaccia silenziosa.
Mi addormento intorno alle 19:00.
Mi sveglio qualche ora dopo: siamo arrivati ad Abancay. Il bus, per un attimo, sembra quasi stabile. Ne approfitto per andare in bagno. Il pavimento è già completamente bagnato.
Prima di tornare nel sarcofago esco, prendo una boccata d’aria fresca e, visto che piove, lavo le suole dei Brix, per evitare di portarmi nella zona notte un pezzo di bagno pubblico. È un gesto istintivo, quasi ossessivo, ma necessario.
Ripartiamo.
Da qui in poi la strada entra in modalità ipnosi: sali, scendi, risali. Curve che non capisci più se stai girando a destra o a sinistra. Attraversiamo l’altopiano di Pampa Galeras, ma è notte. Non vedo nulla. So solo che fuori, nel gelo, corrono vento e vicuñas, e dentro il bus l’aria diventa sempre più pesante.
Mi riaddormento.
Ma sarà un viaggio costellato di incubi.
Sogno che il viaggio sia finito. Mi sveglio e invece ci sono ancora curve su curve. Sento un dolore opprimente al petto. Mi scappa la pipì. Ho la nausea. Cerco di riaddormentarmi. Poi fa un caldo becco. Poi fa freddo. Così, per dieci ore.
La discesa finale verso Nazca è un cavatappi. In pochissimi chilometri si scende dai quattromila metri al deserto. Il corpo non capisce più dove si trova. L’ossigeno arriva all’improvviso, il caldo secco ti investe, la pressione cambia. È come se l’altitudine ti mollasse di colpo, senza avvisare.
A un certo punto l’autista si ferma. Per urinare? Boh. Ne approfitto anch’io. Vado verso il bagno, ma non faccio in tempo ad arrivare che si riparte. Il bus riprende a ballare. Mi devo sedere: non si riesce a stare in piedi.
Ed è lì che capisco.
Non era solo pipì.
È la maledizione di Montezuma, versione Machu Picchu.
Per paura che Maura si preoccupi, torno alla poltrona cercando di sembrare normale. Non faccio in tempo a sedermi e ad afferrare una busta che rimetto colazione, pranzo e cena. Sono sfinito. Non ce la faccio più.
Quando finalmente arriviamo a Nazca sono le 9:00 del mattino del 28 gennaio. Il 27 è finito da qualche parte tra le curve della cordigliera.
Il caldo è infernale, nonostante l’ora. Sono sfatto. Ho anche il mal di terra e probabilmente, dopo 26 giorni a 3.600–4.000 metri, una specie di soroche al contrario.
Un peruviano che parla italiano si sta facendo bello per venderci un volo sulle linee di Nazca. Io non esisto. Vedo solo la doccia e il letto dell’albergo, che devo raggiungere a piedi perché Uber non trova taxi disponibili e non ci sono taxi.
Finalmente steso, mi addormento.
Quando mi risveglio facciamo un giro di ricognizione. Mangiamo un pollo in due. Andiamo a vedere dove partono i collettivi per Ica. Nazca è talmente inospitale che decidiamo subito: domani, dopo il volo — comprato per 75 dollari — ce ne andiamo.
Quelli del collettivo mi consigliano di masticare coca.
Torniamo in albergo. Altra doccia. Una bella masticata di coca. Mi rimette a nuovo.
Adesso sono qui che scrivo.
Questa sera a nanna presto, finalmente in un letto fermo.



29 gennaio – Nazca, il volo e la discesa verso il deserto
Sveglia alle 7:50. Alle 8:30 partiamo verso l’aeroporto di Nazca a bordo del pickup JMC nuovo di pacca di Annibal. Si muove in aeroporto come un boss: sicurezza, gesti rapidi, zero esitazioni. Non è solo l’autista: è il proprietario dell’albergo e socio della compagnia aerea AereoNazca, e infatti indossa anche la maglia ufficiale.
Carichiamo le mochilas nel cassone: dopo il volo andremo diretti a Ica, quindi niente ritorni.
In aeroporto Annibal ci sbriga tutte le pratiche: passaporti, pesi, controlli. Gli zaini non salgono a bordo, solo persone.
L’aereo è minuscolo: 6 passeggeri in totale. Noi, essendo alti, veniamo messi davanti. Dietro una famiglia peruviana.
Il decollo fila liscio. Le prime virate servono per mostrare le figure nel deserto.
Poi, improvvisamente, ripiombo nello stesso stato del “sarcofago”: caldo insopportabile, sudori freddi, nausea, bruciore allo stomaco. Da quel momento non vedo più nulla. L’unico pensiero è che finisca in fretta.
Per fortuna dei 35 minuti previsti, ne restano solo una ventina.
Atterriamo. A terra il caldo è opprimente. Recuperiamo gli zaini dal pickup di Annibal, li carichiamo sul furgone della compagnia e scendiamo al terminal dei collettivi per Ica.
Sto male. Siamo a stomaco completamente vuoto, e non sappiamo se la spossatezza dipenda solo dal volo o anche dal digiuno. Cerchiamo qualcosa da mangiare, ma a Nazca fuori da Plaza de Armas non c’è nulla: desolazione assoluta. Tornare indietro è troppo lontano.
Giriamo a vuoto finché una donna ci si avvicina per venderci un altro volo sulle linee di Nazca. È l’ultima cosa che vogliamo. Non siamo di buon umore, abbiamo fame, ci sentiamo male.
Lei insiste, dice “pastelería”, ci segue. Siamo scocciati, sospettosi.
Poi, all’angolo, ci indica una strada sterrata apparentemente vuota: un cane, un uomo che aggiusta un’auto, un bambino che gioca nella terra. Ci sembra una stupidaggine, ma la seguiamo per pura disperazione.
Ci indica un garage e se ne va. Nessuna fregatura: solo un gesto di gentilezza, travisato dal nostro stato d’animo.
Dentro c’è un forno vero, panetteria e dolci di ogni tipo. Un via vai continuo di gente che compra torte bellissime, che in quel momento non mangerei neanche sotto tortura.
Prendiamo biscotti secchi all’anice e una bottiglia di Coca-Cola (pura stura-lavandini).
Con sei soles siamo di nuovo in piedi.
Torniamo al terminal. Per 30 soles a persona troviamo un passaggio per Ica: SUV Hyundai nuovo, comodo. Prima di partire però aspettiamo 30–40 minuti che si riempia con altri passeggeri.
Io mi metto davanti: due ore di guida veloce.
Maura dietro, meno fortunata: sedile pieno, uno che si addormenta e le crolla addosso a ogni curva.
Arriviamo a Ica. Con Uber (11 soles) raggiungiamo l’albergo. Sulla carta bello, nella realtà un po’ sgangherato: piscina sì, ma atmosfera fricchettona e trasandata.
Huacachina: cos’è davvero
Huacachina è un’oasi naturale nel mezzo del deserto, a pochi chilometri da Ica. Un laghetto circondato da dune enormi, teoricamente un gioiello raro in Sud America.
In pratica oggi è maltenuta: spazzatura ovunque, odore di urina o rifiuti, nessuna cura. Sembra che chi dovrebbe pulire non esista più. Ed è un peccato enorme, perché il luogo avrebbe un potenziale pazzesco.
Entrare nell’area delle dune costa 6 soles a persona.
Per 30 soles ti propongono il classico giro di un’ora in dune buggy, ma è chiaramente una giostra. Noi lasciamo perdere e saliamo a piedi su una duna.
Da lassù il panorama è molto suggestivo. Il deserto, nonostante tutto, funziona sempre.
Ma è nuvoloso: niente cielo, niente tramonto. Il vento si alza e porta con sé sabbia ovunque, negli occhi, in bocca, addosso. Basta così.
Torniamo in paese e andiamo a mangiare al Sunset: scelta ottima.
Un ceviche, un chicharrón de pollo, e una caraffa da due litri di limonada.
Poi a letto.
La giornata è stata intensa, faticosa e vera. E si sente tutta.





30 novembre – Disconnessi dal mondo
Claro ci ha tolto l’accesso a internet.
Così, senza preavviso.
Avevamo un piano illimitato, acquistato l’8 gennaio e con scadenza il 6 febbraio. Eppure, da un momento all’altro, linea morta. Nessun segnale, nessuna spiegazione immediata. In viaggio, oggi, significa essere tagliati fuori da tutto.
Prendiamo un tuc-tuc e per 8 soles andiamo a Ica con un obiettivo semplice: comprare una SIM prepago e chiudere la questione.
Sembra che il posto giusto sia il centro commerciale, Real Plaza, quello “ufficiale”, quello dove non dovrebbero esserci problemi.
Invece il primo addetto è lapidario:
“Per ragioni di sicurezza nazionale non facciamo più contratti con gli stranieri.”
Sicurezza nazionale. Per una SIM? 🙈
Proviamo da Claro, pensando che almeno lì ci sia una soluzione. Peggio.
Scopriamo che il nostro numero è intestato a un certo Rodriguez, che non è un prepago ma un contratto vero, e che gli stranieri non possono più acquistare SIM in Perù a causa di un nuovo regolamento.
La sostanza è semplice: sei straniero, non esisti.
Alla fine l’unica via praticabile è andate al Claro centro di atencion in via san Martin e pagare 108 soles per riattivare una sola SIM, da usare come hotspot e condividere.
Ci va bene. Davvero. Perché l’alternativa è questa: avere una SIM solo se un peruviano ti presta la sua identità.
La sensazione è chiara.
Un sistema di controllo sociale mascherato da lotta alla criminalità, molto simile a quello europeo: tutto tracciato, tutto registrato, tutto giustificato dalla sicurezza. Eppure di criminalità, guardandosi intorno, non se ne vede poca si vede invece molto degrado incuria e abbandono di rifiuti ovunque.
Ica: una città che non si salva
Facciamo un giro a Plaza de Armas. È inutile girarci attorno:
Ica è brutta. Fatiscente. Sporca. Trascurata.
Non resta che mangiare. Troviamo un ristorante cinese lungo la strada, scelto quasi per caso. Scelta perfetta.
Piatti ottimi, abbondanti, confortanti. Una di quelle pause che ti rimettono in asse senza chiedere nulla in cambio.
Riprendiamo il tuc-tuc, questa volta un modello nuovo e insospettabilmente rifinito, per 10 soles torniamo a Huacachina.
Se non fosse per l’oasi incastonata tra le dune, Huacachina sarebbe una discarica a cielo aperto.
L’odore di Spazzatura ovunque, e di orina è nauseabondo incuria totale. Un posto che vive solo di suggestione, non di rispetto.
Eppure, ancora una volta, il nostro albergo con piscina è un rifugio. Un piccolo angolo di paradiso che salva la giornata.
Domani si parte per Paracas.
Notte peruviana
Cena, poi a letto.
Ci addormentiamo con musica da discoteca peruviana che continua fino alle 4 del mattino. All’inizio pensiamo siano ragazzini in piscina, poi capiamo che arriva da fuori, probabilmente da un locale notturno.
Stranamente non dà fastidio.
È rumore di vita.
E in viaggio, a volte, fa compagnia.




31 gennaio – Paracas, una pausa necessaria
Lasciamo Huacachina in tuk-tuk.
10 soles e in pochi minuti siamo a Ica, nel punto da cui partono i collettivi per Paracas.
Il “terminal” in realtà è un distributore di benzina. Probabilmente si trova nei pressi del terminal terrestre, ma i collettivi non possono entrarci, quindi il sistema si arrangia così: informale, spartano, ma funzionale.
Da Ica a Paracas sono circa due ore di auto.
Paghiamo 45 soles a persona. Strada dritta, secca, senza nulla da raccontare se non il passaggio graduale dal caos urbano al vuoto del deserto.
Arrivati a Paracas, la prima sensazione è quasi di sollievo.
Un piccolo pueblo, semplice, dignitoso.
Niente spazzatura ovunque, niente degrado diffuso come a Ica o Huacachina. Non è bello in senso cartolinesco, ma è ordinato, e questo basta.
Attraversiamo il lungomare e ci dirigiamo verso il nostro albergo, che si trova al margine sud del paese, esattamente al confine con il deserto.
La struttura è modesta, ma di livello superiore rispetto a quanto visto negli ultimi giorni: nuova, pulita, accogliente, con tutti i servizi essenziali. Nessuna pretesa, nessuna furbizia.
Di Paracas, in realtà, c’è poco da dire.
Non siamo venuti per le escursioni, per le isole, per vedere cose già viste molte volte altrove.
Paracas è stata una pausa strategica, un’interruzione necessaria nel viaggio di rientro verso Lima.
A noi interessavano due cose:
mangiare bene
e riposare.
Ed è esattamente quello che abbiamo fatto per due giorni. Senza programmi, senza corse, senza dover “vedere qualcosa per forza”.
3 febbraio – Verso Lima
Dopo due giorni di sosta a Paracas, prendiamo un taxi che per 40 soles ci porta al terminal terrestre sulla Panamericana.
Sono circa 30 minuti di auto: di fatto siamo già in zona Pisco.
Anche qui vale la stessa regola vista a Ica: i collettivi non possono entrare nel terminal.
Scendiamo quindi sul lato opposto della strada, tra bancarelle, venditori ambulanti e autisti improvvisati che ti intercettano al volo.
Chiediamo, contrattiamo.
Il primo offre 50 soles a persona. Troppo.
Continuiamo a chiedere finché troviamo un passaggio in pulmino:
30 soles a persona,
circa tre ore di viaggio.
Arriviamo nella periferia commerciale di Lima, vicino al terminal Atocongo.
Ultimo tratto: taxi, 40 soles, e finalmente raggiungiamo l’albergo.
Il viaggio è praticamente chiuso.
Restiamo a Lima altri due giorni.
Il Perù che ci è rimasto davvero dentro è un altro.
È quello delle popolazioni andine, dei villaggi in quota, dei mercati locali, delle strade sterrate dove il tempo ha un altro ritmo.
È il Perù dove la gente ti guarda negli occhi, dove il cibo è semplice ma vero, dove la povertà non è spettacolo e la dignità non è una posa.
Ma soprattutto è un Perù fatto di popoli con un carattere preciso, modellato da secoli di tradizioni, fatica e resilienza.
Persone che non sono state omologate dal turismo di massa.
Comunità che vivono ancora secondo ritmi ancestrali, legate alla terra, alle stagioni, ai rituali quotidiani.
Gente che ha imparato a resistere prima agli imperi, poi alle colonizzazioni, oggi alla globalizzazione.
Un’identità costruita nel tempo, non adattata al visitatore.
Un Perù fatto di:
- donne con i bambini sulle spalle che vendono mais e patate ai bordi delle strade,
- uomini segnati dal sole che lavorano la terra a mano,
- autobus scassati pieni di vita,
- altipiani immensi che ti mettono in silenzio.
Lì abbiamo sentito qualcosa di autentico.
Lì il viaggio aveva un senso più profondo.
Il resto — voli panoramici, dune, oasi trasformate in parchi giochi — è stato contorno.
A tratti interessante.
Ma non essenziale.
Viaggiare serve anche a questo:
capire cosa vale la pena cercare la prossima volta.


